
Una culla in fondo al mare
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Nessuno sapeva con certezza dove abitasse Fiord in quell’ultimo anno, dopo che il mare s’era preso suo padre e ne aveva scaraventato sulla spiaggia la barca — povera conchiglia vuota, avvolta da un intrico di reti come in un sudario. Tornava a casa quando lo decideva lei, e se ne stava seduta al focolare di sua madre, senza parlare, volgendo uno sguardo corrucciato per la piccola stanza silenziosa, coi galleggianti di vetro trovati da suo padre — variopinte bolle di luce — ancora sull’impolverato davanzale; e la stessa coperta a scacchi ancora posata sul letto dove lui dormiva; e l’uscio aperto, nelle sere tranquille, sullo stesso scorcio del villaggio e del porto, coi pescherecci che rientravano ai sollevarsi della marea. Certe volte la madre si riscuoteva e preparava la cena; certe volte Fiord si fermava a mangiare, certe volte no. Odiava l’espressione perduta sul volto della madre, i suoi gesti stanchi. I suoi capelli cominciavano a ingrigire; non sorrideva mai, non cantava mai. Il mare, pensava Fiord, s’era preso anche sua madre, così come s’era preso suo padre: e aveva lasciato un’estranea a vagare disperatamente fra i tegami.